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"IN TREATMENT": ANALISI DELLA SERIE TELEVISIVA

L'interesse verso questo prodotto seriale nasce dal fatto che esso si discosta di gran lunga dai format standard: i suoi aspetti originali sono causa stessa dell'originalità del progetto che ha come obiettivo quello di evidenziare innanzitutto la convergenza di discipline diverse (psicoanalisi, semiotica testuale, semiotica cognitiva, linguistica, sociologia, comunicazione dei media, scrittura creativa), di studiarne i rispettivi punti di forza nonché le peculiarità testuali che ne hanno decretato il successo. Ribaltando e annullando completamente il principio aristotelico dell’azione, nonché le classiche teorie sul personaggio, la dinamica narrativa si rifà al cosiddetto plot of mind, limitandosi all’hic et nunc dialogico dove la staticità e il silenzio lascia spazio esclusivo al coté psicologico e alla relazione che attraverso le parole viene continuamente a modificarsi tra medico e paziente. L’azione è dunque esclusivamente delegata alla parola e al suo portato pragmatico attraverso cui deriviamo i traumi, i desideri, i fallimenti, le ambizioni, le incapacità, in breve le pulsioni su cui è intessuta la matematica costruzione delle puntate. La storia e il carattere dei personaggi assumono, pertanto un peso rilevante, nelle vite parallele di cui lo spettatore non viene mai partecipato se non attraverso l’aneddoto, dunque attraverso l’esperienza già tradotta in un “fare narrativo”. Le parole, come è giusto che sia in un contesto psicoanalitico, aprono ancora alla problematica filosofica della “verità”. L’ambientazione endogamica e claustrofila racchiude così l’universo in un salotto-studio, che si erge a statico e monotono palcoscenico greco su cui si riassumono i fatti che restano dietro le quinte, in questo caso nel mondo vissuto all’esterno. Il ribaltamento tra esterno e interno è dunque fatale: il luogo segreto delle confessioni, quello oscurato allo sguardo, il retroscena goffmaniano, diventa invece luogo mostrato seppur con specifiche dinamiche di nascondimento. Da questo punto di vista ci troviamo di fronte ad un paradossale tipo di “finzione” ibrida avente come obiettivo quello di mostrare drammaturgicamente ciò che di più vero ma nascosto abiti nelle nostre profondità. Lo spettatore, come un cosciente voyeur, entra nella scena dell’incontro analitico assistendovi in silenzio, valicando la quarta parete che lo apre a quel luogo riservato cui nessuno potrebbe mai avere accesso se non in qualità di paziente; un effetto unplugged rafforzato dalla plausibilità della coincidenza tra il tempo della fabula e il tempo dell’intreccio, ovvero dalla ripresa operata in modalità “scena” , con i dovuti adattamenti mediatici.Lo spettatore si trova dunque non solo ad osservare le nevrosi altrui, che arrivano con forza e verosimiglianza, ma viene addirittura irretito dalla plausibilità, dalla coerenza e dall’equilibrio (doti richieste ad un testo di piacevole godimento) con cui viene tenuto insieme ciascun episodio nonché tutta la serie. Verranno pertanto descritti, tenendo conto di tutte le puntate italiane ed americane, questi ed altri aspetti dominanti della fiction. Ci soffermeremo poi, in particolare sullo spinoso problema dell'"io semiotico" e dell'interpretazione, ampiamente discusso in semiotica ma soprattutto in psicoanalisi. Analizzeremo, pertanto, le evoluzioni avute nella comunicazione terapeutica a partire dai metodi sistematici e deterministici, fino al “narrativismo liberamente creativo di tipo post-modernistico” (per usare le parole di Jervis), soffermandoci sul modello “relazionale” quale metodo utilizzato dal terapeuta nella fiction.

StrutturaDipartimento di Scienze Politiche e della Comunicazione/DISPC
Tipo di finanziamentoFondi dell'ateneo
FinanziatoriUniversità  degli Studi di SALERNO
Importo1.600,00 euro
Periodo11 Dicembre 2013 - 11 Dicembre 2015
Gruppo di RicercaCICALESE Anna (Coordinatore Progetto)
DI SANTI DEBORA (Ricercatore)
MESSINA Simona (Ricercatore)
VILLARI ILARIA MARIA (Ricercatore)