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LINEE DI UNA STORIA CONCETTUALE DELLA VIOLENZA

Se in Machiavelli le ricorrenze del lemma «violenza» sono frequenti e piuttosto significative, in Hobbes appare subito come un dato di per sé eclatante la loro diminuzione, sia quantitativa che qualitativa. Tutto il dispositivo della statualità moderna lavora infatti alla rimozione concettuale della violenza, producendone al contempo un rilevante slittamento semantico verso l'idea di «violazione». Nella meccanica generale del "Leviatano", la violenza appartiene e deve appartenere esclusivamente all'ambito dello stato di natura. Lo stato di diritto conosce solo violazioni alla sua legge sovrana.Il primo tentativo cosciente e radicale di mettere in discussione e contraddire apertamente questa linea teorica si ha con il pensiero politico francese del XVIII secolo. La violenza continua ad essere percepita come originaria, ma insieme anche come fondativa dell'ordine politico. Così la violenza contro il dispotismo (Rousseau) o contro l'inviolabilità regia (Robespierre) smette di essere un tabù assoluto, per divenire un possibile, o addirittura inevitabile, strumento di giustizia.Naturalmente questo processo di "rimozione della rimozione" non è lineare né pacifico. A testimoniarlo sta l'omissione o la rarefazione della voce «violenza» sia nella "Enciclopedia" di Diderot e d'Alambert che nel "Dizionario politico" di Pagnerre e Duclerc, che di nuovo provano ad iscriverla nella semantica della violazione.Il vero e definitivo punto di snodo è probabilmente da individuare nel pensiero di Marx e, più in generale, nella tradizione marxista. Già nel "Manifesto", con la centralità assunta dalla «lotta di classe», emerge l'idea di un possibile e giustificato uso della violenza (illegittima, ovvero fuori legge) contro la forza (sedicente legittima) dell'ordine costituito. Idea che trova il suo definitivo compimento negli scritti marxiani sulla storia politica francese, dove la polarità interna alla violenza si cristallizza sulla dicotomia legge/giustizia.La tradizione marxista riprende naturalmente questa partizione concettuale, per esempio in Sorel (con la sua idea dello «sciopero» come massima espressione della lotta di classe), in Lenin (in particolare con la figura della «dittatura del proletariato") o in Mao Zedong (con la sua concezione della rivoluzione come insurrezione violenta).Questa tradizione viene in qualche modo inverata dal pensiero post-coloniale, in particolare da Frantz Fanon. Nei "I dannati della Terra" assume assoluta limpidezza la dialettica tra la violenza dell'ordine (simbolico) coloniale e la violenza liberatoria dei movimenti rivoluzionari di decolonizzazione. A fare problema, tuttavia, e proprio a partire dal pensiero post-coloniale, è la polarità speculare che assume la violenza. Dissociata, nel pensiero rivoluzionario, dall'idea di legge e di legittimità, essa viene connessa all'idea di giustizia. Contro la violenza legittima si muove e si deve muovere una violenza giusta. Ma proprio questa giustificazione della violenza (in senso strettamente etimologico) sembra chiudere l'elaborazione teorica in una impasse: per liberarsi della violenza vi si deve necessariamente accedere (restandone, crediamo, inevitabilmente intrappolati). La parte conclusiva di questa ricerca sarà perciò dedicata a quelle pensatrici che maggiormente hanno saputo leggere le contraddizioni di questo double bind, da Simone Weil ad Hannah Arendt, da Marguerite Duras a Christa Wolf.

StrutturaDipartimento di Scienze Politiche e della Comunicazione/DISPC
Tipo di finanziamentoFondi dell'ateneo
FinanziatoriUniversità  degli Studi di SALERNO
Importo1.750,00 euro
Periodo7 Novembre 2014 - 6 Novembre 2016
Gruppo di RicercaVINALE Adriano (Coordinatore Progetto)
FRUNCILLO Domenico (Ricercatore)
GAROFALO Davide (Ricercatore)
SERRA Pasquale (Ricercatore)