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SPOLITICIZZAZIONE E NUOVE DISUGUAGLIANZE

La mia ricerca può essere dunque riassunta nella maniera seguente. Quando il risultato dell’omologazione capitalistica è stato raggiunto, quando cioè essa ha vinto contro tutti gli avversari che la modernità aveva saputo mettere in campo, come affrontate il gigantismo della finanza all’interno di un’antropologia marcatamente individualistica? In una situazione simile, io credo che occorra concentrarsi su due possibili strade teoriche - qui soltanto accennate ma da sviluppare nel corso della ricerca. Intanto, consapevoli che si va controcorrente, si potrebbe ostacolare il più possibile i processi di autonomizzazione da parte del capitale finanziario, rinforzando parallelamente il ruolo della politica. Nel perseguire questa strategia, tuttavia, dovremmo essere consapevoli che seguiamo una linea già tracciata dalla modernità. Su questo punto, sorge tuttavia un problema. Se ammettiamo che la logica del Capitale sia stata consacrata regina e che il Capitale costituisca l’unica vera religione del nostro tempo e se, di conseguenza, come abbiamo già visto, il Capitale medesimo ha potuto trasformarsi da tendenzialmente democratico a tendenzialmente oligarchico, ciò non significa anche che le forze che possono lottare “contro” sono state già distrutte? In altre parole, siamo sicuri che assumere una strategia rivendicativa, molto diversamente dal risultare realmente antagonisti al sistema, non significhi invece portare a compimento (portare ad esecuzione) una logica che è già quella del Capitale? Insomma, come possiamo esser certi che lottare contro il Leviatano nella direzione di una migliore eguaglianza, non si risolva invece in una sorta di approvvigionamento di risorse a beneficio delle fauci del Leviatano medesimo? Forse allora occorre qualcosa di diverso. Qualcosa che non rischi di cadere all’interno di una metafisica impostata sulla soggettività piatta e livellatrice - e da ultimo, consumistica a tutto tondo - nella quale consiste in ultima analisi il Moderno. Dove cercare questa nuova realtà se non in qualcosa che – pur non essendo la stessa cosa – somiglia in qualche modo a ciò che una volta si chiamava identità? Indubbiamente, qui non si tratta di rimettere in gioco le identità già smantellate dalla modernità. Nella storia niente torna nella sua identicità – figuriamoci le identità. Si tratta invece di richiamarsi ad una nuova maniera di considerare l’uomo e il suo essere-in-comune che non escluda un radicamento e un ancoraggio in qualcosa che non sia più, e che non sia affatto, il vuoto su cui invece la modernità ha edificato la sua sovranità. Il vuoto costitutivo della modernità – per effetto di una causa necessitante che ora appare in tutta la sua forza – ha prodotto una nevrosi generalizzata atta a santificare la religione del capitale attraverso il riempimento di esso da parte della merce. Bisogna fermare, o almeno contenere una simbolizzazione del vuoto di questo tipo. E, per farlo, è inutile se non controproducente muoversi all’interno delle sue stesse coordinate. Poiché, è esattamente questo che si farebbe se si entrasse all’interno di un discorso meramente rivendicativo. Molto diversamente, occorre fare in modo che il vuoto stesso, questo eterno elemento strutturale dell’umano, venga “trattato” in maniera metafisicamente/praticamente diversa da ciò che accadeva nella tradizione moderna. Si apre dunque lo spazio per una simbolica dell’azione politica che dovrà inevitabilmente passare per uno stadio etico ed estetico insieme. Un periodo, cioè, nel quale l’etica diviene estetica e l’estetica mostra una fodera etica. Proprio a ridosso di queste categorie, io credo, dovrebbe/potrebbe delinearsi un nuovo orizzonte - per la teoria/prassi della vita politica dell’uomo post-occidentale.

StrutturaDipartimento di Scienze Politiche e della Comunicazione/DISPC
Tipo di finanziamentoFondi dell'ateneo
FinanziatoriUniversità  degli Studi di SALERNO
Importo897,00 euro
Periodo28 Luglio 2015 - 28 Luglio 2017
Gruppo di RicercaMARTONE Antonio (Coordinatore Progetto)